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October 05 Il mio mediocre destinoL’età più bella della vita è quella dell’infanzia. Ti danno da mangiare, dormi quando vuoi e se rutti tutti ridono. L’età scolare è più impegnativa ma altrettanto appagante: incominci a vivere la socialità, giochi con gli amichetti a “Starsky e Hutch” o ai “Chips”, con la radio e l’antenna di legno montate sulla bicicletta. O, almeno, quando ero infante io si giocava così, chissà a cosa diavolo si gioca adesso: probabilmente a mettere le mani sotto le gonne delle compagne-bratz-veline-escort (i bambini solitamente giocano a “quello che fanno i grandi”). L’età adolescenziale è la peggiore di tutte per antonomasia e la mia lo è stata particolarmente, dato lo scarso appeal riscosso sui miei coetanei. Ma non è tutto da buttare, basti solo pensare alla consapevolezza delle prime pulsioni verso il sesso opposto (e se magari riesci pure a mettere in pratica qualche approccio... altro che Superman!). L’età universitaria è di gran lunga la migliore, hai tutto a tuo favore: gioventù, coscienza di te, tempo, cultura.
Infine, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, ti tocca lavorare, dopo aver rifiutato il più a lungo possibile l’amaro calice. E bisogna anche gestire le bollette, i bolli, i conti in banca, le spese e le responsabilità: proprio a te che le scansavi come fossero cacche volanti che si spiaccicano al suolo simili a stelle cadenti da una cometa non troppo pulita, pronte a sommergerti fino al collo e oltre.
«Sotto molti aspetti la vita non è altro che un ammasso di merda» diceva qualcuno «ma può anche essere meravigliosa».
Realismo più fiducia nel futuro. O pessimismo più speranza. Dipende dal vostro punto di vista e/o dai vostri gusti (metti che siate dei masochisti repressi…).
Fatto sta che, superata l’infanzia, stare al mondo non è affatto facile, poiché ciò che il tuo pensiero razionale e lineare potrebbe suggerirti (la vita come un luogo della mente dove per andare da un punto A ad un punto B si segue una linea retta), si rivela perlopiù frutto di una errata valutazione o quantomeno di una sottovalutazione di una serie di inciampi imprevisti che faranno oscillare il tuo stato d’animo in una forbice (un “range”, come dicono i sondaggisti ed Enrichetto) compresa tra il malumore e l’esaurimento nervoso.
Basterebbe già questo per rendere l’esistenza alquanto complicata, senza che pupazzetti più o meno anonimi carichino di aspettative negative il tuo essere. E hai voglia a ignorarle, a minimizzare quelle vocine e a bollare quelle persone come cretini. Ad ogni insuccesso - imprescindibili per status stesso della vita - essi saranno lì a rammentarti le loro profetiche parole: «non ti iscrivere a quella facoltà, non è fatta per te» (il professore di matematica alle superiori); «sei una promessa non mantenuta» (Enrichetto); «puoi fare solo l’impiegato statale» (la fregnacciara); «non capisci un cazzo» (un numero imprecisato di ex ragazze). E così via. Tutti lì a rincarare la dose della tua momentanea e cocente sconfitta.
E se avessero avuto ragione? E se si sbagliassero invece quelli che credono in me ciecamente? «No, no, non vi aspettate troppo, potrei solo deludervi. Meglio non creare attese intorno a sé. Meglio la teoria dello zero.»
Dalla quantità di tempo nella quale sarete immersi in questi pensieri e dal numero di nuvolette - in ognuna delle quali compare la testa di uno di quei personaggi di cui sopra – presenti nella vostra testa, dipenderà il vostro piazzamento nel famoso range. Il consiglio naturalmente è non andare troppo oltre, annegando i vostri pupazzetti: nell’alcol, in sostanze stupefacenti leggere o in passatempi più sani e raccomandabili, tipo il sesso sfrenato o la musica a tutto volume.
James Brown aiuta.
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