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July 11 L'ineluttabilità del destinoIeri mi hanno fatto una multa da trentotto euro.
Sì, sì, già li sento i filosofi dell’esistenza che protestano: “Cosa c’entrano i tuoi miseri 38 euro con il destino? Ineluttabile una multa, ma facci il piacere”.
Ebbene cari i miei ragionieri dell’assoluto ritengo che, sebbene gli accadimenti umani si somiglino tra loro, a renderli differenti e in qualche modo unici gli uni dagli altri sono le specifiche situazioni che intercorrono tra causa ed effetto.
Causa: parcheggio la macchina sulle strisce blu senza pagare il ticket.
Effetto: La zelante ausiliaria Roberta Beltramme eleva contravvenzione nei miei confronti.
No, miei cortesi computisti dell’essenza, non passate subito ad analisi valutative del tipo: “Beh, che vuoi te lo sei meritato!” poiché, in qualità di frequentatori di questo blog, dovreste essere a conoscenza del fatto che quando si tratta di multe e di strisce blu, i miei demeriti sono colposi e non dolosi quando addirittura inconsistenti.
E dunque se avessi abbandonato la vettura all’interno del perimetro rettangolare azzurro-listato su null’altro riflettendo se non della giornata di sole, avreste avuto ben donde di rimproverare la mia condotta ed in quel caso io stesso non avrei reagito né tentato di difendere il mio operato certamente manchevole. Ma in quello stesso caso avrei certamente passato una piacevole mattinata consapevole ma indifferente delle conseguenze del fato.
Invece ecco i fatti, come da verbale: alle 8,50 di venerdì mattina arrivavo davanti al posteggio della mia vettura trovando la gomma anteriore destra completamente a terra per cui provvedevo all’immissione dell’aria nel pneumatico attraverso apposito compressore da viaggio, operazione che però comportava la perdita di alcuni minuti, preziosissimi per la ricerca di un parcheggio nelle vicinanze del posto di lavoro. Arrivavo infatti sul luogo circa quindici minuti dopo la mia partenza e cominciavo inutilmente a girare a spirale inversa finché, dopo circa trenta minuti, riuscivo finalmente a trovare un posto sulle strisce blu.
In enorme ritardo sull'orario di entrata al lavoro mi accorgevo con terrore di non avere monete per il biglietto per cui l'unica soluzione sarebbe stata quella di cambiarli ma dove, se nelle vicinanze non c'era neppure un bar? Sfidando il destino sceglievo il male minore ovvero evitare di lasciare chiuso l'ufficio, vista la contemporanea assenza di tutti i miei colleghi e coprivo con buon passo i dieci/quindici minuti che mi separavano dal luogo di lavoro. Lì avrei aspettato la mia collega e, fattomi cambiare i soldi, mi sarei precipitato a pagare il parcheggio.
Giunto a destinazione notavo con soddisfazione la sua presenza in ufficio e le chiedevo qualche moneta da cambiare ma purtroppo non ne aveva. Poco male, sarei andato al bar dove faccio colazione e lì avrei risolto il problema. Con il piede già sulla porta mi accingevo ad uscire quand'ecco presentarsi un fotografo che chiedeva notizie per un reportage, facendo saltare i miei piani.
Con un occhio sempre più preoccupato all'orologio tentavo di soddisfare le esigenze dell'ospite, la principale delle quali era purtroppo quella di conversare finché rompevo gli indugi e lo lasciavo in compagnia della mia collega promettendo di tornare presto. Ah la fretta, quanto è cattiva consigliera!
Intorno alle 10,30, recatomi infatti al bar e ottenute le sudate monete, coprivo nuovamente la distanza che mi separava dall'automobile per riparare le mie mancanze ma, giuntovi in prossimità, mi rendevo conto di non avere con me le chiavi quindi di non poter mettere il biglietto sul parabrezza, a meno di lasciarlo fuori, sotto il tergicristallo, ma fare un favore ai tanti furbetti che girano in questa città proprio non lo ritenevo opportuno.
Così di nuovo, per la terza volta, percorrevo la non breve distanza tra macchina e ufficio, maledicendo la mia sbadataggine e tutte quelle circostanze avverse. Tornato all'ovile la signora mi comunicava la sua intenzione di lasciarmi e così, per uscire nuovamente, avrei dovuto attendere l'arrivo dell'altra collega, in ritardo per aver accompagnato la madre ad un esame clinico.
Quando finalmente arrivava, mi precipitavo per l'ennesima volta alla macchina, guadagnando con passo accelerato un terzo dei quindici minuti previsti per il tragitto durante il quale, prostrato da quell'infernale carosello, ragionavo sull'ineluttabilità del destino che aveva già compilato la multa prima della mia partenza.
Ma nonostante l'evidenza dei fatti accadutimi in questi trenta e passa anni, ero in cuor mio ancora fiducioso, sorretto dalla granitica consapevolezza dell'esistenza di persone che vivono sempre in bilico tra rispetto e infrazione delle regole. Di quelle che si riempiono la bocca di frasi tipo “la fortuna aiuta gli audaci” o “oggi a me, domani a te”.
Ahimé, misero sognatore! Uno ci nasce con “la fortuna del piecuru”, come mi ha insegnato la saggezza popolare pugliocalabra attraverso le parole di un mio ex coinquilino, un tizzone tisico che si atteggiava a gangsta rapper.
Difatti, tra la terza e la quarta delle mie inutili escursioni, era transitata da lì la zelante ausiliaria del traffico Roberta Beltramme, alla quale auguro cordialmente di spendere tutto il suo prossimo lauto stipendio in farmaci contro l'esofagite da reflusso, che non si era fatta certo sfuggire l'occasione per punirmi.
Causa-effetto. E una buona dose di sfiga. Salute a voi, miei pregiatissimi contabili della verità.
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