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blandobassblando è il ritmo senza il governo della passione June 21 Over the lines - Stranezze dal mondo reale“La gente so' matti!” motteggia la signora al mercato, e non ha tutti i torti. Forse non proprio matti ma sicuramente malati di un certo protagonismo che li fa comportare come adolescenti bramosi di riconoscimento sociale anche a trent'anni o comunque in modo non conforme a quanto venga loro richiesto dallo status a cui essi stessi tendono e vogliono assomigliare.
E allora giochiamo a “Dai il voto alla stranezza”, attraverso la descrizione di cinque fatti esemplificativi, dei quali sono stato personalmente testimone.
Fatto 1: Team leader.
Formazione generale dei volontari per i Mondiali di Nuoto di Roma09. Aula gremita in un hotel sperduto sull'Aurelia. La coordinatrice ex nuotatrice spiega con sapienza, nel suo slang più anglo che italico (perché essendo la responsabile “farà da collagene” tra i volontari e quando prende la parola “si introduce”. Ipse dixit), compiti e doveri del friend: “Verranno individuati tra voi dei team leader che coordineranno il lavoro degli altri e a cui questi faranno riferimento” e, successivamente, “i friends dovranno indossare sempre la divisa d'ordinanza composta da shorts, t-shirt e un paio di [orribili, ignobili, atroci, questo lo aggiungo io] Superga tricolori”.
Una signorina, evidentemente schifata dalla marmaglia che la circonda, mescola le due affermazioni precedenti, si alza e chiede: “Ma anche i team leader devono vestirsi così?”
Lei si sente ovviamente già investita della carica. Uno della marmaglia si chiede retoricamente: “E come te voi vestì, cor tajjer?”
La signorina, impettita e imperterrita continua, quasi lo avesse sentito: “I team leader (sottinteso: quale certamente sarò io) non potrebbero vestirsi, che ne so, con un tailleur?”
Le centinaia di futuri friends avviluppati nella marmaglia prorompono all'unisono in una fragorosissima risata, idealmente rotolandosi sul pavimento. Lei non fa una grinza anzi, con mossa altezzosa, si siede e prende atto della risposta negativa della coordinatrice.
Voto stranezza: 6,5 per l'impegno.
Vanno premiati la sicurezza di sé nel considerarsi, già al primo appuntamento di indirizzo generale, una spanna sopra tutti gli altri e il coraggio di esprimere davanti a centinaia di persone una tesi così imbecille.
Fatto 2: Dove sono?
Formazione specifica per il Broadcasting dei Mondiali suddetti. Suddetto hotel in culo ai lupi. Qualche decina di volenterosi aspiranti friends. Due ore di spiegazioni su compiti e doveri del volontario, poi spazio alle domande. Alla fine delle domande si alza Giovanna e, con l'ingenuità dei giusti, chiede qualcosa sui compiti dei volontari nel settore Tuffi, alla formazione del quale lei crede di trovarsi.
Dopo due ore di chiacchiere su host broadcaster qua, centro radiotelevisivo là, telecamere e telecronisti giù, la suddetta signorina non aveva alcun sentore di trovarsi nel posto sbagliato.
Voto stranezza: 8.
Per il suo simpatico essere rincoglionita come pochi e per l'innocenza e il candore della sua domanda, posta aspettando con pazienza il proprio turno.
Fatto 3: Gabriella e Francèsco.
I condomìni, per la loro strutturazione, creano una promiscuità fastidiosa a volte (rumori, urla, televisioni a tutte le ore), coinvolgente altre (nel senso di essere resi partecipi, proprio malgrado, delle storie di coloro che ti abitano accanto).
Il muro del mio bagno è in comune con una studentessa calabrese che passa molto del suo tempo a litigare al telefono col suo storico ragazzo Francèsco. Gabriella (che si rivolge a sé stessa chiamandosi in terza persona ed è per questo che so il suo nome pur non avendola mai vista) non è un tipino facile e tratta il poverino come una pezza da piedi, urlandogli contro di tutto.
Il tapino annichilisce e abbozza. In questi giorni lui è venuto a trovarla e stamattina, mentre ero intento nelle mie cosine, ho ascoltato inerte questa conversazione:
F: “Non devi urlare, non puoi parlare a bassa voce come tutti i cristiani?”
G (furoreggiante): “Stagghiu a'a casa meu i parlu come mi pare. Problemi?... Hai problemi?... Hai problemi?”
Lo provoca, misero. Gli ha detto: “Tu SEI nu piecuru!”
La risposta di lui non si è sentita ma lei ha chiarito il motivo del contendere: “Siamo tornati alle 2 e tu alle 2e5 già dormivi. Non mi puoi rompere il cazzo alle 7 di mattina!”
Una furia. Magari il meschino voleva accoccolarsi un po'. Certo, alle 7 di mattina e conoscendo il soggetto poteva evitare di farla incazzare. Passano 5 minuti.
Lei piange. Lei capito? Il tapino la consola chiamandola Amòre. Strappalacrime.
Voto stranezza a Gabriella: 6. Una scassacazzi ma le sue reazioni dispotiche per un nonnulla mi fanno ridere.
Voto stranezza a Francèsco: 5: Nu piecuru.
Voto stranezza alla coppia: 7. Si sorreggono e si elevano a vicenda. Questi stanno insieme da anni e fanno tutti i giorni così. Eroi.
Fatto 4: In(di)visibile.
Un'altra mia vicina è una giovane donna separata e con un bambino, finora sola. E' da un po' però che sono costretto, anche in questo caso non volendo, a notare come un giovanotto pelato vada a cena da lei. Il problema è che questo arriva, si piazza davanti alla finestra aperta e sta tutto il tempo davanti al computer, occhi fissi sullo schermo e braccio destro puntato sul mouse. Lei prova a farsi notare, si siede vicino a lui e sorride alle cose che vede sullo schermo, lui invece non la degna di uno sguardo. Allora lei si alza, gli gira dietro e accende una inutile luce alla sua sinistra. Lui non la vede nemmeno. Quindi lei torna a sedersi, rompe gli indugi e si accoccola sul suo bicipite destro (quello collegato al mouse). E lui? Niente, non si gira neanche.
Voto stranezza lei: 5. Invisibile.
Voto stranezza lui: 8. Ma che cazzo ci vai a fare a casa di una se non la calcoli proprio e passi tutto il tempo davanti al pc? Stattene a casa tua no?
Fatto 5: Sithome.
Ex Zoobar. Festa di chiusura di Sithome. Non sapete cos'è? Una lodevolissima iniziativa online, andatevela a vedere (www.sithome.it). Sembra di stare in un film per i personaggi balzani che vi girano. Certo, si parla di cinema e quindi gli “artisti” sono in agguato. Ma a parte gli attori, in abiti da scena, bisogna per forza vestirsi e atteggiarsi sopra le righe per essere socialmente riconosciuti?
I similtipi ci sono tutti:
l'alternativa con pedigree, che appena il dj mette Disco Labirinto dei Subsonica o Amore Disperato di Nada deve urlare e dimenarsi felice, c'è scritto sul libretto delle istruzioni della perfetta alternativa;
la dark, con stivali, parigine, corpetto e piercing d'ordinanza che però, inaspettatamente, invece di urlare a squarciagola: “Senti come taglia questa canaglia... gimme gimme gimme... dammi una lametta che mi sgarro le vene!” si strugge su Ricominciamo, e nemmeno in versione originale;
un simpaticissimo ometto identico a Groucho Marx, con tanto di baffi “a punto per cucitrice” ai lati della bocca, che sorride al mondo nonostante tutto, birra di là, sigaretta di qua;
la seguace della moda anni Ottanta, con ballerine, leggins (ovvero i fuseaux chiamati in altro modo per rinverdirne i fasti), canottierina nera e quell'ondeggiante modo di ballare richiesto dal cerimoniale. Tanto perfetta e ordinata lei - nei movimenti involontariamente sensuali (per chi ci crede all'involontariamente) seguendo il ritmo di Giuliano Palma e apparentemente disinteressata alle tragedie del mondo per concentrarsi esclusivamente sulle sue (ed eventualmente risolverle con una lametta) - quanto sgraziato e fuori dal tempo il nostro Groucho Marx il quale, pur essendo consapevole della vacuità del mondo, è tuttavia cosciente dell'ineluttabilità della copula in quanto unico mezzo di conservazione della specie, per cui occorre buttarsi nella mischia dietro le curve della modaiola.
Voto stranezza all'alternativa: 2. Finta e costruita.
Voto stranezza alla dark: 6. Perché non canti: “Dammi una lametta che mi taglio le vene, mi faccio meno male di un trapianto del rene” invece di “Io non posso restare seduto in disparte né arte né parte”?
Voto stranezza a Groucho Marx: 9. Fuori dal mondo benché timidamente allupato.
Voto stranezza alla modaiola: 4. Finta e costruita ma almeno brava a ballare.
Voto stranezza alla festa Sithome: 2+6+9+4=22.
May 07 Là dove germogliano le fichette
Farò parte anch’io del fantastico mondo dei Mondiali di Nuoto di Roma 2009. Possibilmente nell’ufficio stampa. Naturalmente volontario, non sia mai che svolga un lavoro remunerato nella mia vita. Ma l’occasione per imparare e conoscere è invitante. Inoltre l’ambiente è giovane e dinamico e trendy e friendly. Infatti i volontari si chiamano friends…
Per creare questo clima amichevole e per ridurre le distanze tra i volontari che dovranno lavorare fianco a fianco durante la manifestazione, i responsabili hanno all’uopo organizzato una megafesta all’Eur. Anzi, per dirla tutta, un Friends Party poiché una delle prerogative dell’organizzatore e/o del volontario è quella di dover parlare "engliano" che significa (come lo spanglish ossia il misto spagnolo-inglese che parlano gli immigrati latini a Miami e dintorni) alternare un paio di parole in italiano con una in inglese, nella misura rispettivamente di circa due terzi e un terzo.
La raccomandazione della responsabile friends, nonostante l’invito fosse per due persone, era quella di venire soli, per favorire la socializzazione ed eliminare le barriere. Suggerimento che, anche se titubante, ho recepito. Ovviamente sono stato l’unico a farlo. Arrivo lì e in uno scenario hollywodiano, tra occhi di bue basculanti proiettati sulla facciata di ingresso e complessi giochi d’acqua delle fontane nel verde antistante, scopro che sono tutti almeno in coppia se non addirittura in gruppo.
Perbacco penso, qua la socializzazione la vedo dura, occorre rimediare. Scorro mentalmente l’agenda dei contatti e mi fermo sul mio amico che abita all’Eur. D’accordo sono le venti e trenta e sto chiamando senza preavviso ma, diamine, ti sto invitando alla festa dell’anno, piena di vipscic e che oltretutto si svolge dietro casa tua… Niente da fare, non gli va e poi è già in pigiama… “ma si mangia e beve gratis”, dico e lui: “ho già mangiato”. A questo punto provo con l’arma finale, l’unica a cui nessun maschio resiste: “E’ pieno di gnocca!” ma lui replica: “Io sono fidanzato!”.
E’ troppo, mi arrendo senza più lottare. Non conosco né ho mai conosciuto nella mia vita un qualsivoglia maschio che all’affermazione “è pieno di gnocca” risponda “sono fidanzato”. Mai. E’ una regola non scritta a cui nessuno si sottrae. Capisco l’antifona e saluto.
Chiamo un altro amico che si mostra invece molto interessato al binomio cibo-gnocca e chiede dove si svolga la festa. Conosco le mie mascherine. “All’Eur” dico e lui “Ah non posso venire, sto sotto antibiotici... sai, l’allergia”. Lo giustifico, abita effettivamente lontano.
Faccio l’ultimo tentativo con un altro amico dell’Eur a cui mando un sms ma purtroppo è all’Ikea a fare compere per cui a questo punto rompo gli indugi ed entro da solo.
Ed è lì, in quel posto maestoso vigilato da hostess con gambe vertiginose e buttafuori in giacca e cravatta degni dei migliori locali della Roma bene, con ospiti di rilievo del mondo del nuoto e del giornalismo... è lì, dicevo, che scopro uno di quei ritrovi irreali e magici nei quali nascono e proliferano le fichette.
La stagione è quella giusta, la primavera, l’ambientazione crea l’adeguato humus per la diffusione di questa specie particolare. E infatti, come per incanto, sono tutte lì, al Friends Party dell’Eur. Tutte sorprendentemente simili ma poi, a ben guardare, con un accessorio, l’altezza del tacco, la misura della gonna, la tonalità di nero del vestito che le contraddistingue l’una dall’altra. Tutte così trendy e così informate sul cocktail più in voga da bere. Mi accorgo di non essere altrettanto trendy quando non so cosa ordinare al bar, nel quale gli unici alcolici a disposizione sono prosecco e Martini. Non c’è whisky, non c’è rum, né vodka, né gin. Vorrei un long drink come quello che richiedono sicure le fichette (spritz o squizz o qualcosa del genere) ma per non rischiare mi scelgo un barman di fiducia, ovviamente il più “umano” possibile dopo aver fatto il giro di tutti i bar della sala, e mi affido alle sue sapienti mani.
Al terzo “prosecco con qualcosa di non meglio specificato” il mondo si fa meno grigio e ascolto interessato l’emissario di Intesa-San Paolo che vuole appiopparci una carta di pagamento facendocela passare come un regalo e senza nemmeno un euro caricato sopra. Glielo fa notare Domenico Fioravanti dal palco con una battuta involontaria che non favorisce l’iniziativa.
Al quarto, mi fermo ad ascoltare le sincopate linee di basso di un gruppo (“molto importante” secondo Iacopo Volpi, sconosciuto secondo me… Divagazione: ma può un giornalista professionista sebbene sportivo non trovare, in un discorso di dieci minuti, uno straccio di sinonimo per l’aggettivo “importante”? Mah) il cui cantante – e per simbiosi anche il chitarrista – ricorda per stile, intonazione vocale e capapelata Fabrizio Casalino, l’imitatore di Mario Biondi a Mai Dire Martedì, il quale Mario Biondi si rifà poi a Barry White, che probabilmente ha anche lui i suoi ispiratori… sto ragionando sul fatto che uno può farsi un’onesta vita condita di agi semplicemente copiando e rubacchiando idee e progetti qua e là.
E’ ora di lasciare quell’atmosfera incantevole per far ritorno alla bigia realtà del quartiere popolare dove vivo nel quale, a parte gli universitari che si attardano nel bar fino a notte inoltrata, spensierati e chiacchieroni, si pensa al giorno dopo, un martedì che richiederà l’impegno di alzarsi e affrontare il lavoro quotidiano.
Buonanotte mondo fatato, buonanotte fichette… e buon ritorno a casa, dovunque essa sia!
April 26 25 aprile, festa della LiberazioneSabato mattina, ore 11. L'attempato ragazzo entra e saluta il barista.
“Buon 12 maggio!”
“Eh?” risponde quello asciugando una tazza.
“Oggi è la festa della Liberazione ma a me nun m'ha mai libberato nessuno.. pemmé 25 aprile o 12 maggio sò la stessa cosa”.
L'attempato ragazzo è il genuino portatore della voce popolare della classe medio-bassa italiana, la cui ricetta per superare la crisi economica, ad esempio, è composta dagli ingredienti Snai-videopoker-Superenalotto e per la quale il 25 aprile è solo un giorno in rosso, che tra l'altro quest'hanno è caduto pure di sabato. Per cui niente ponte della Liberazione, la signorina collegata dal Cciss per conto dei tg si metta l'anima in pace, tutto rimandato alla settimana ventura.
E dunque cosa toccherà più le corde della middle-low class, il messaggio di alto valore morale di un Presidente della Repubblica che quella stagione l'ha vissuta e ha lottato perché i nonni dell'attempato ragazzo venissero “libberati” o l'espressione triste di un imbonitore populista candidatore di zoccolette (ma col cervello) che va a visitare i più bisognosi, sotto l'occhio attento o distratto - alla bisogna - di decine di telecamere e che ci fa vivere dentro un gigantesco spot elettorale permanente?
Durante la discussione della mia tesi sul capo carismatico, nel 2003, la commissione volle sapere chi fosse oggi il portatore di carisma per eccellenza, dopo Tangentopoli.
Nicchiando prendevo tempo ma il mio relatore mi incalzò: “Forza, dica quel nome!”
Lo dissi.
La commissione annuì approvante eppure io dovetti aggiungere, non per polemizzare ma per precisare il pensiero weberiano: “Anche se Egli non può essere considerato un capo carismatico quanto piuttosto un dittatore sociale...”
L'evidente imbarazzo con il quale la commissione frettolosamente, pur complimentandosi, mi congedò mi fece capire di non essere troppo lontano dalla verità.
Da oggi intendo segnare in rosso la data del 12 maggio: si potrebbe chiamarla, chessò, Festa del Populismo, o del Popolino o del Popolano. L'importante sarà mantenere il prefisso, così che un giorno, se dovesse prendere piede, si potrebbe trasformarla in una Pop Fest di metà primavera: una multinazionale sponsorizzerebbe un megaconcerto che attirerebbe milioni di ragazzi da tutta Italia e diventerebbe uso regalare al partner e agli amici un gioiello Breil con un tricolore stilizzato o una borsa Alviero Martini con la cartina dell'Italia.
April 24 Precario da morireQuello che state per leggere è un racconto scritto per un concorso letterario nel quale si dava un incipit al concorrente (in corsivo nel testo) che da lì doveva costruire una storia. Questo racconto, ahimé, non è stato considerato degno di essere pubblicato tra i venti scelti dalla giuria. Lo propongo a voi sperando che lo apprezziate, diversamente dai giurati della Compagnia del Libro:
Alle due e mezza di notte, Roma era un deserto, nuda nel caldo opprimente.
Quasi tutti i suoi abitanti si agitavano senza posa tra lenzuola appiccicose, e quelli che non riuscivano a dormire bestemmiavano contro l’afa soffocante della notte, che nessun ponentino veniva a mitigare. L’afa del mese di Agosto sciroppava l’aria. Anche la luna si nascondeva, sudata. Lampioni di luce gialla esaltando con il loro colore il calore che saliva dall’asfalto, davano l’illusione di lasciare in ombra le saracinesche delle botteghe chiuse.
Tommaso, sul balcone, sbuffò l’ultima boccata di fumo, appoggiò la cicca sulla ringhiera e come faceva da bambino con le palline sulla spiaggia, mollò una schicchera. Una microscopica stella cadente volò dal terzo piano. Rientrò nella stanza, si sedette sulla poltrona e nella penombra tastò con la mano il pavimento in cerca del fucile posato in terra.
La loro stanza da letto sembrava perfettamente uguale ma lei non c’era più, se n’era andata un mese prima portandosi dietro il loro unico figlio, al culmine dell’ennesima lite dettata dalla rabbia, dall’insofferenza e dalla stanchezza per quella vita di privazioni a cui lei, innamorata dei suoi principeschi sogni adolescenziali, non si era mai abituata veramente.
Gli mancava immensamente. Prese il fucile, lo piazzò in mezzo alle sue ginocchia, col calcio appoggiato sul parquet bollente e la canna sotto il mento. Nessun rumore proveniva dall’interno della casa; Tommaso pensava a quel silenzio eterno, a quel caldo soffocante, a quella sensazione di angoscia e fallimento che lo affliggeva: “Così deve essere l’inferno”, si disse “questa è solo l’anticamera di ciò che sarà”.
Chiuse gli occhi, serrò inconsapevolmente le mascelle, sentì il suo corpo seminudo irrigidirsi quando fece forza sull’indice appoggiato al grilletto ma non riuscì ad arrivare fino in fondo.
Il fucile cadde pesantemente in terra e l’inquilino del piano di sotto cominciò a urlargli contro il suo rancore di insonne frustrato. Tommaso rise di quella situazione grottesca e si propose di scusarsi con il signor Motta l’indomani mattina. Poi nascose il viso tra le mani e pianse lunghe, affrante e copiose lacrime.
La mattina successiva si alzò alle 7 come tutti i giorni, si fece la doccia, si sbarbò e indossò il suo impeccabile completo blu, la camicia bianca e la cravatta celeste. Fece colazione ascoltando Radio Lifegate poiché odiava le chiacchiere mattutine dei deejay-opinionisti che commentavano notizie di cronaca e pettegolezzi rosa. Prese la sua borsa di pelle, scese al piano di sotto, spinse il campanello con su scritto “Motta” e si scusò; poi uscì dal palazzo per recarsi al lavoro.
Il problema era che Tommaso non ce l’aveva più un lavoro. Due mesi prima era stato licenziato dalla ditta dove lavorava come consulente. Dopo quattro anni di contratti a progetto, rinnovati ora per due, ora per quattro, ora per otto mesi, l’avevano semplicemente cacciato senza una spiegazione né una ragione plausibile. Il suo ennesimo contratto era scaduto e - nonostante le promesse di rinnovo da parte dei vertici dell’azienda, le sue rassicurazioni sul fatto che si sarebbe impegnato al massimo, avrebbe lavorato oltre l’orario e avrebbe accettato una riduzione dello stipendio – non era più stato firmato.
Sua moglie non l’aveva presa bene. La capiva, sia ben chiaro: si rendeva conto della difficoltà di vivere accanto a un fallito (così si considerava Tommaso), di lesinare quattro spicci per pagare le bollette, di andare al discount con la calcolatrice, di guardare le vetrine del centro per poi comprare qualcosa di simile al mercatino rionale. Era comprensibile che se ne fosse andata, non era quella la vita che aveva desiderato e probabilmente, bella e solare com’era, aveva già trovato un uomo in grado di darle la sicurezza che lui, da disoccupato già precario, non aveva mai potuto offrirle.
A causa degli orrendi propositi della notte precedente non aveva voglia di stare solo, così si avviò verso la stazione Termini, dove sarebbe potuto tranquillamente passare inosservato mischiandosi al brulichio della folla.
Dopo aver ciondolato per quasi tutta la mattina tra treni in partenza e occhiate furtive alle commesse dello shopping center, esausto, si sedette sui gradini che dalla metropolitana portavano alla piazza antistante la stazione, lato via Giolitti. Mentre era intento a osservare la gente camminare (correre), indaffarata e indifferente, gli si sedette accanto quello che dall’aria e dall’odore doveva essere un senzatetto.
[continua]
Precario da morire 2^ puntata[continuazione]
Riassunto della puntata precedente:
Tommaso, giovane precario romano, ha perso da poco il lavoro e, in una calda sera d'estate, al culmine della disperazione e dopo essere stato lasciato dalla bella moglie, decide di uccidersi sparandosi con un fucile. Non riesce però nel suo intento e la mattina successiva, ancora scosso dall'accaduto, si veste per andare al lavoro che però non ha più per cui si reca alla stazione Termini in cerca di un confortevole anonimato. Ed è lì che fa la conoscenza di un balzano senzatetto.
“Come stai amico? Non ti vedo bene sai?” gli disse con un sorriso sporco di tabacco e di vino.
Stranamente quella presenza ingombrante non lo infastidì. Anzi, Tommaso la apprezzò come l’unica persona a cui interessava il suo stato d’animo, in quella città così distaccata dalle vicende dei singoli. Si confidò con lui e gli raccontò tutta la sua storia di umiliazioni professionali, di precariato, della laurea inutile, del master superfluo, della famiglia e del suicidio. Tentato.
“Amico dovresti volerti più bene” dichiarò infine il senzatetto “E se non ci riesci portati almeno con te uno di quelli… quelli là che prendono le decisioni e ti hanno ridotto così!”
Tommaso lo guardò cercando di capire se dicesse sul serio o stesse scherzando ma l’altro era imperturbabile. Tornò a casa riflettendo su quello strano personaggio anche se, nonostante si sforzasse di pensare ad altro, non riusciva a togliersi dalla testa le sue parole.
Cominciò ad osservare dettagliatamente le espressioni e le parole dei politici nei telegiornali e nei programmi serali di approfondimento. Cercava di mantenersi lucido e razionale ma, come un cacciatore, stava annusando l’aria per individuare la sua preda.
Come ovvio nei discorsi dei suoi governanti non trovò niente più che parole vacue, promesse piene di demagogia e sottili dissertazioni filosofiche per aggirare le rare domande inopportune. “Bisognerebbe eliminarli tutti, il compito si fa arduo” pensò Tommaso con una punta di umorismo macabro.
Alla fine lo individuò. Oltre alle palesi e comuni bugie risultarono decisive per superare la selezione di Tommaso (ma perché continuava ad usare quelle espressioni sarcastiche? Pensava forse che con l’ironia avrebbe attenuato il peso di ciò che stava per fare?) l’arroganza e la tracotanza dei suoi discorsi che tradivano, nonostante l’impegno e i sorrisi, una totale mancanza di considerazione per il prossimo. Quello era senza dubbio il suo uomo.
Come un killer professionista iniziò a prendere informazioni sul politico, sulla sua famiglia, la sua storia e soprattutto sui suoi spostamenti e sugli incontri pubblici a cui avrebbe partecipato.
Mentre sentiva crescere in sé la determinazione Tommaso si rese conto che, dal momento in cui si era tuffato in quel folle progetto, la sua vita aveva ripreso ad avere un senso e l’angoscia nel suo animo si era attenuata. Forse per la prima volta da quando era entrato nel mercato del lavoro aveva un obiettivo, uno scopo che lo rendeva motivato ed entusiasta. “Ma allora” si chiese “forse non sono io ad essere sbagliato ma quei sedicenti manager così pieni di sé stessi da non riuscire ad andare oltre il proprio naso!” Si appuntò mentalmente quel pensiero.
L’occasione che gli si presentò qualche settimana dopo era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: il suo uomo avrebbe tenuto un discorso pubblico sulla terrazza del Gianicolo; bastava nascondersi a una distanza adeguata e sparargli a mezzogiorno in punto, quando il cannone posto sotto la terrazza avrebbe coperto il colpo.
Il giorno prestabilito Tommaso arrivò lì ben presto per studiare la zona e decidere il posto dove piazzarsi poi, vista la bella giornata, scese a piedi verso l’ospedale Bambino Gesù e si concesse una colazione all’aperto in un bar lì vicino. Si sentiva stranamente rilassato. Alle dodici meno dieci si mise in posizione e attese. Il suo uomo stava blaterando sulle cure da mettere in atto per superare la profonda crisi economica che attanagliava l’Italia, munito del consueto ampio sorriso e fasciato dal perfetto doppiopetto blu di prussia. Le guardie del corpo vigilavano e la folla acclamava. A mezzogiorno in punto il cannone sparò e Tommaso premette il grilletto.
Il mondo sembrò fermarsi per un istante: i presenti impauriti incassarono la testa fra le spalle in un istintivo gesto di protezione e trattennero il respiro. Poi il politico rise e tutti lo imitarono, non si aspettavano il colpo del cannone che li aveva fatti sobbalzare.
Tommaso li osservò per un momento, quindi guardò il piccione a cui aveva sparato, immobile in terra. Nessuno si era accorto di lui. Smontò il fucile, lo chiuse in una sacca e si incamminò felice verso casa: aveva ucciso la sua angoscia, ora era pronto per una nuova vita.
April 01 Un pesce di nome BlandoMarch 22 Attitudini psicosociali del traderUna delle mie ex affermava, supportata - diceva lei - dall'evidenza dei fatti, che le mie passioni fossero simili ad un fuoco di paglia: fortissime ma non durature. In effetti non posso negare una certa smania congenita che mi rende vittima della noia quando mi interesso di qualcosa per un periodo determinato di tempo; la lunghezza di tale periodo varia in funzione della piacevolezza dell'attività svolta, è inversamente proporzionale all'intensità del trasporto impiegato nel compierla e dipende direttamente dall'impegno temporale che mi richiede.
Per questo la mia vita è stata costellata da amori voluttuosi e dirompenti per i più svariati argomenti, molti dei quali sopravvissuti meno di una stagione; altri invece perdurano, anche se costretti dagli alti e bassi della mia costanza: così nel tempo mi sono interessato a cantare in un gruppo rock, andare in bicicletta, suonare il basso, aprire una cooperativa, scrivere un libro, brevettare un logo, tenere un blog, innamorarmi di una bionda, una mora e/o una rossa, fare il giornalista, il critico musicale, cinematografico o teatrale, poetare, scrivere canzoni, suonare l'armonica, diventare arredatore d'interni, impegnarmi nella politica attiva, apprendere la filosofia Zen, studiare le religioni e un'altra decina di attività che ora nemmeno ricordo più.
L'ultima focosa passione riguarda la finanza. Sto leggendo un manuale di quelli che insegnano a fare soldi (quelli in cui dovrebbe esserci scritto: “Segreto n. 1: Per diventare ricco scrivi un libro su come diventare ricco e aspetta che una serie di polli abbagliati dall'idea di diventare ricchi lo comprino, rendendo ricco te.”) e sono andato a seguirmi un corso di orientamento al trading on line (che per i non addetti ai lavori, come invece ormai sono io, significa più o meno compravendita di titoli di borsa direttamente dal tuo pc. Corollario per i trader smaniosi - ahia -: ti rovini comodamente seduto sul tuo puff preferito senza nemmeno dover scendere al bar a giocare alle macchinette Iams o alle scommesse sportive) tenuto dal professor Pierluigi Gerbino in collaborazione con Banca Sella, il cui solo nome fa ridere una persona di mia conoscenza, mentre a me ricorda al massimo “Lo chiamavano Trinità” o “L'allenatore nel pallone”.
In ogni caso, mi presento alla lezione in questione con circa cinque ore di ritardo, ma le rimanenti tre sono sufficienti per apprendere alcuni concetti base del tol (trading online) e per guardarmi in giro in cerca di spunti per le consuete osservazioni psicosociali spicciole che riempiono il presente blog.
Immediatamente colpito dai partecipanti mi infilo in un'analisi mentale dei gruppi di allievi, forte di un'esperienza corsistica che parte dall'asilo e arriva al master passando per università, inglese, somministrazione di lavoro a tempo determinato, dattilografia, musica e vari; pure a cinquant'anni (l'età media, a occhio e croce, dei partecipanti) c'è sempre un tizio che interagisce continuamente con il professore per provare la propria competenza, un'altro che parla e dice solo cavolate, quello che fa le battute per risultare simpatico, l'acidella, il saputello e così via. Anzi, più diventano vecchi e più sono competitivi nel voler dimostrare la loro saccenza.
Così ci siamo dovuti sorbire il “signore che si passava continuamente la mano sulla crapa pelata con lo stesso inconscio piacere di un medesimo privato massaggio alle zone inguinali” interrompere la lezione per narrarci del padre siciliano che non sapeva nulla di finanza ma era vittima del preconcetto conformista che lega l'azzardo con il giocare in borsa; quello apprensivo che voleva a tutti i costi controllare l'andamento dello S&P/Mib ogni ora; il tizio in prima fila che “mi interesso di borsa da undici anni” ma bloccava la lezione in continuazione con domande futili e fuori tema; la signora Antenna - pericolosamente rapita dalla verve del nostro professor Gerbino, considerata l'adiacenza col proprio consorte – la quale è stata per le tre ore di mia competenza con il braccio sinistro alzato a reggere un pen drive-registratore con il filo degli auricolari che le scendeva lungo l'arto; anch'io ho lo stesso aggeggio e il mio registra anche se lo tieni in tasca, mai stato con il braccio alzato tutta la lezione per direzionare meglio il microfono a seconda della posizione del parlante... In effetti sembrava più presenzialismo che altro e infatti quando ha aperto bocca era meglio se stava zitta, visto il suo filosofeggiare inutile sui massimi sistemi, in un corso pratico per non perdere i propri soldi. Pensiero standard in questi casi: “con una rompicoglioni del genere non resisterei sette minuti”.
Il macellaio vicino a me invece (un cristone di un metri unovirgolanovanta per una quintalata buona), tra i pochissimi insieme a me a non vestire la divisa d'ordinanza “mocassini, giacca, cravatta” (preferibilmente blu o neri per gli under 50, colori del bosco di castagne d'autunno per gli over 50), annuiva furbamente ai consigli del Gerb e sorrideva sornione alle cavolate del siculoriginario e del fesso in prima fila.
Infine, c'era quello che interveniva per sottolineare come avesse seguito lo stesso corso già tre volte, appropriandosi del ruolo di spalla del mago nel pubblico, senza tenere conto del fatto che questa sua presenza reiterata poteva far pensare anche ad una inutilità del corso stesso o ad una incapacità esplicativa del prof, che infatti replicava raramente alle sue osservazioni.
Il suddetto professor Pierluigi Gerbino, altrimenti detto Gigigi - dallo user della sua mail -, è un cinquantenne ancora giovanile con un indefinibile ma eloquente accento del triangolo industriale; il completo marrone che indossa (il tessuto del quale la signora Antenna ha certamente riconosciuto meglio di me), con la piega dei pantaloni fin sulle scarpe e l'insieme un po' casual pur nell'eleganza di rito, fa pensare a un ex fricchettone prestato alla finanza; la sua cadenza, torinese più che genovese o milanese, ricorda un misto tra il personaggio piemontese di Maurizio Micheli e il dottor Moriarty del cartone animato di Sherlock Holmes (quello dove i personaggi erano cani, non nel senso di scarsa recitazione ma perché disegnati come animali appartenenti alla famiglia dei canidi). La sua “ars oratoria”, evidentemente affinata da decine di corsi come quello - la cui sola prima lezione è gratuita mentre le rimanenti pesano sul bilancio dell'aspirante trader nella misura di iuri centoquaranta cadauna -, insieme alla incontestabile competenza in materia, hanno respinto senza difficoltà e, anzi dando prova di un certo spirito, le interruzioni dei partecipanti più importuni impedendomi altresì, grazie a continui riferimenti extrafinanziari e ad esempi tratti dalla vita reale, di affondare la testa nel soffice muro dell'Hotel Morgagni - che cela un intercapedine di spugna, polistirolo o, più probabilmente, gommapiuma – e abbandonarmi a sogni di gloria nei quali avrei certamente battuto Henry Williams nel Top Trader Championship 2009. Chi è Williams? Dice Gigigi, e io gli credo, uno che ha trasformato un conto da diecimila dollari in uno da un milione di dollari. Il top dei top dei trader.
Quello a cui aspirerò io. Almeno fino alla prossima bruciante e imprevedibile passione.
March 11 Le avventure di Enrichetto - "Il Pennellone Sudaticcio"Il vulcanico Enrichetto ne aveva pensata un’altra della sue ed era fiero di sé. Cioè, ancora di più, intendo.
Aveva in mente di innalzare la sua pseudosocietà di comunicazione al rango che secondo lui le competeva, “attraverso una partnership mirata con il più grande gruppo consulenziale italiano”, la B&C, Bagno e Compagni. Lui parlava così, una parola in italiano, una in francese, una in inglese, una presa dal dizionario junghiano e una dal vocabolario del perfetto consulente… altrimenti a cosa serviva essere abbonati a PrimaComunicazione?
Così, dopo essersi appropriato della controllata italiana di cui era presidente (essendone il fondatore e unico azionista) aveva in mente, all’insaputa della casa madre belga, una fusione con la Bagno. Per arrivare a questo ambito traguardo si era dovuto però accollare un manager in disuso, un pennellone sudaticcio, per niente igienico e tendente al forforoso, al quale aveva fatto concessioni impensabili: un ufficio tutto suo, l’affitto di casa pagato, il cellulare aziendale e un lautissimo stipendio, pari a quello di sei o sette di quei perdigiorno ai quali aveva la bontà di offrire un artefatto e autolucroso cocopro.
Il Pennello Sudato vantava però amici nella Bagno, per cui Enrichetto si era visto costretto a concedergli tutte queste agevolazioni.
Fatto sta che tale PS, come tutti i manager di un certo lignaggio, di lavorare proprio non ne aveva voglia e passava il tempo al telefono con tutti i suoi familiari e, probabilmente – vista la quantità di chiamate -, anche con quelli di suoi conoscenti occasionali.
Enrichetto si struggeva per questa situazione, non potendo in nessun modo forzare la mano col Pennello S. per paura di farsi sfuggire la ghiotta partnerscipp, sicché cominciò una paziente opera di lavoro ai fianchi, con l’ausilio di Ascella Pezzata alias Miasma e delle due inutili sue socie le quali, stante la loro inutilità, non riuscirono a concludere granché.
Enrichetto, sempre più inquieto, mise in campo la Divisione Suditalia, composta dal suo management siculo-calabro ma, ahilui, anche loro fallirono miseramente. Non che Enrichetto non lo avesse previsto, data la scarsa considerazione che nutrita per la suddetta Divisione, ma alla parentela non si comanda per cui ora ce le aveva e doveva tenersele.
Purtroppo per lui, il Pennellone Sudaticcio si rivelò un osso durissimo; il muro di gomma, raffinato in anni di management ad alto livello, risultò efficacissimo anche per la bomba H che Enrichetto gli scagliò contro quando ormai tutto era perduto: Vanna Derescòpa, con il suo infallibile scassacazzismo e la sua fastidiosa onnipresenza.
Prostrato dagli insuccessi delle sue truppe, il generale decise di scendere in campo personalmente e affrontare il mortale nemico in un faccia a faccia epico. O meglio, questo è quello che credeva Enrichetto. Il Pennellone, infatti, fedele alla sua linea facciatostesca, si limitò a rintuzzare con sorrisi compiacenti le sfuriate di Enrichetto finché questi, stremato, chiese un armistizio. Dietro sostanziosa buonuscita Pennello andò via, Enrichetto per non perdere la faccia si vantò di averlo cacciato in malo modo e senza compenso ma nessuno osò più domandare che fine avesse fatto la famosa partnerscipp con la Bagno e Compagni.
February 27 Buondì AtacAggrappato in precario equilibrio agli appositi sostegni giro la testa stile Esorciccio per controllare lo stato del piazzale Stazione Tiburtina. Prima che il 409 finisca il suo personale gioco dell’oca e compia quegli ultimi 50 metri occorreranno almeno tre minuti, tempo che comporta perdere circa due coincidenze.
L’organizzazione del capolinea a Tiburtina è un mistero fitto quanto il numero di amanti del nostro premier. Arriva un autobus e, prima che possa aprire le porte e consentire ai suoi passeggeri di prenderne un altro parcheggiato, questo parte loro davanti in modo tale che saranno costretti ad aspettare ad oltranza.
Se poi dovete andare a Porta Pia (come me) bisogna che vi prepariate ad un balletto stile Bolshoi con gli autisti dell’Atac. Il 490, il 491 e il 495 fanno lo stesso tragitto e (quando ci sono) stanno parcheggiati uno di fianco all’altro, senza autisti che invece fanno capannello vicino al gabbiotto del caposquadra, senza degnare di uno sguardo i poveri viaggiatori.
Che vorrebbero sapere a che ora partono i singoli autobus. O quantomeno quale dei tre parte prima. Macché.
Gli autisti – ormai l’ho capito, lo fanno apposta – non danno informazioni anche se sanno benissimo le risposte poi, all’ultimo momento, salutano in fretta i colleghi, si infilano nell’autobus e partono in un baleno, lasciando i viaggiatori più lenti a imprecare sul piazzale. La danza della gente che si sposta preoccupata da un autobus all’altro, che scende correndo da quello fermo per dirigersi verso quello in partenza, che picchietta sulla porta cercando – invano – di farsi aprire è surreale e fonte di malcelata soddisfazione da parte degli autisti.
Se sei sfortunato aspetti dieci minuti che uno dei tre parta e poi, ovviamente, partono anche gli altri due, in dispettosa fila indiana. E meno male che c’è il caposquadra organizzatore che non fa altro che andare avanti e indietro apparentemente indaffarato a capire quale far partire prima. Ma se partono tutti insieme! Mah…
Comunque stamattina scendo dal 491 (preceduto dal 490 e dal 495) e percorro il breve tratto che mi porta al mio calvario di ogni giorno. Il grosso furgone al solito posto ostruisce la strada ai pedoni e rende difficoltosa la manovra alle auto.
Il giovine autista ha parcheggiato, come tutte le mattine, in curva e sulle strisce pedonali. Ha aperto i portelloni posteriori e ha riempito il suo carrellino portacarichi prendendosi tutto il posto. Continuo dritto per la mia strada e lo guardo. Mi rimanda uno sguardo in cagnesco figlio del difetto.
Non mi scompongo e penso alle mie cose prendendo spunto dal suo volto corrucciato: “Te rode er culo? Vedessi a chi c’hai davanti... E’ vero sto fischiettando… ma a me me rode er culo pure quando fischietto!”
Fiù fiù-fiù fiù-fiù fiù fiù fiù fiù fiù… Always look on the bright side of life…
February 19 Destino1. Con destino o fato tradizionalmente ci si riferisce all'insieme di tutti gli eventi inevitabili che accadono in una linea temporale. Può essere concepito come l'irresistibile potere o agente che determina il futuro, sia in termini generali che di singolo individuo. (Wikipedia)
2. De|stì|no s.m. Il corso delle cose considerato come predeterminato e indipendente dalla volontà dell’uomo; fato, sorte | in usi impers.: è d., è inevitabile, fatale: era d. che ci incontrassimo. (De Mauro Paravia)
3. Semplificando potrebbe funzionare una metafora ferroviaria: gli eventi che ci accadono o le persone che incontriamo sembrano viaggiare su binari separati ma a volte capita che, come in prossimità dei grandi snodi ferroviari - Roma Termini, Paris Gare de Lyon, Berlin Hauptbanhoff - i binari si intersechino e vite o eventi si intreccino. (Spiegazione maccheronica o Maccheronedia).
Dunque veniamo a noi.
Binario 1: la musica dello Zoobar a Testaccio spaziava dal rock, al dark, alla new wave, al pop, al new romantic anni Ottanta. Con grande piacere lo stesso stile, e molte canzoni, si ascoltano anche nella serata del sabato del nuovo Blackout su Via Casilina. In special modo un pezzo è risultato particolarmente gradito, e alle gambe e a Trombo (neurone adibito alla danza, tra le altre cose), in entrambe le selezioni musicali. Tanto più che, nonostante non abbia frequentato questi locali nelle ultime settimane, la canzone in questione mi gira in testa da giorni a partire da quando mi alzo dal letto fino a quando ne ritorno alla sera. Purtroppo non ho la più pallida idea di come si intitoli, né dell’autore, né dell’interprete: emerge solo quel synth eighties-style a lambiccarmi il cervello.
Binario 2: da mesi avevo intenzione di entrare in possesso di una raccolta degli Spandau Ballet per risolvere definitivamente il dilemma su quale sia stato il gruppo più rappresentativo degli anni Ottanta, se loro o i Duran Duran. Potrà sembrare una questione sterile ma un quarto di secolo fa il dilemma era di gran moda. Ieri l’ho finalmente ottenuta e provata, steso sul letto nella semioscurità di un inverno ancora gagliardo che urla la sua forza sulle tapparelle semichiuse. Play.
Scambio: l’avrete intuito, è ovvio. Qual era la prima canzone della raccolta che ho messo su (altra singolare coincidenza: il nome della band deriva da una scritta su un muro vicino al carcere berlinese di Spandau)? Già, proprio lei... un involontario quando gradevole sorriso mi si è stampato in faccia e ho ragionato sul destino.
Quanti e quali eventi, molti indipendenti dalla mia volontà, devono essersi incuneati in un certo modo perché io potessi essere felice in quel momento? Se questo non è destino...
Che si può, in parte, controllare (la volontà di avere il disco). Ma il resto è come un gigantesco puzzle in cui noi (o gli eventi che ci accadono) siamo i tasselli e qualcun altro li combina al nostro posto. A volte capita che due tasselli combacino. Però noi dobbiamo fare la nostra parte facendoci trovare pronti a recepirli e, soprattutto, imparando a conoscere il nostro caratterei: se i lati del nostro tassello non collimano con quello che più ci aggrada è inutile sforzarci di farcelo entrare per forza solo perché magari esso è il più appariscente.
Il tassello più adatto a noi bisogna cercarlo nella miriade di pezzi sparsi e forse nascosti. Poi trovarlo o meno è questione di… destino.
In ogni caso tutto è bene quel che finisce bene: cosa sia il destino ora è un po’ più chiaro, posso ascoltare la canzone che mi piace - che si chiama "To cut a long story short" ed è il loro primo singolo - quando voglio e riguardo al dilemma tra Duran Duran e Spandau Ballet non c’è storia, i secondi stravincono il duello. Andatevi a sentire quella raccolta e capirete.
February 18 Le avventure di Enrichetto - "Viola"“Aaargghhh!” Enrichetto si svegliò urlando, madido di sudore nel cuore della notte e si mise a sedere sul letto.
La sua compagna Miasma, stesa su un fianco, gli dava le spalle; si limitò a dire: “Rimettiti a letto dai, non è nulla…”
Ma Enrichetto non la pensava affatto così. Il suo incubo ricorrente era ricorso di nuovo. Si alzò, in mutande e canottiera bianche, le gambette esili che risaltavano alla luce della luna che penetrava prepotente dall’ampia portafinestra del suo lussuoso attico. Si dimenticò perfino le ciabatte e la vestaglia per la fretta di andare a controllare: la loro figlioletta Viola dormiva pacatamente nel suo lettino. Enrichetto tirò un sospiro di sollievo ma, da buon psicologo, non poteva ignorare il suo subconscio e i ciclici segnali notturni che gli inviava.
Provò a rimettersi a letto ma l’angoscia non diminuiva. All’alba si alzò, si vestì e si diresse verso il superufficio consulenziale e strategico. Lì - tra una telefonata ad un amministratore delegato per discutere dei suoi inutili report e un incontro con il telegenico sondaggista (che nonostante la fama, il danaro e le frequenti ospitate nei salotti tv non mancava mai di abbuffarsi a sbafo dei cracker gentilmente sequestrati alla povera impiegatuccia weberiana della fantasmagorica società) – Enrichetto usava ricevere anche i suoi pazienti psicologicamente necessitanti, in un ambiente accogliente e tranquillo ovvero tra gente che urlava (Miasma), rideva (le due socie racchie e imbecilli), gracchiava (Vanna Derescòpa), si chiudeva in bagno per risolvere le sue questioni amorose al telefono (la “sociaracchiasista”).
Al momento a Enrichetto del suo studio interessava però il lettino da psicanalisi - dove, ah se lo avesse saputo! qualcuno dei suoi miseri lavoratori a sbafo aveva anche consumato ignobili atti sessuali – per provare a esorcizzare i suoi incubi notturni.
Si immaginò ubiquo come gli piaceva tanto fare fin da piccolo: sdraiato sul lettino e seduto nella poltrona, dietro sé stesso con il blocco degli appunti in mano ma non funzionò. Non riusciva a parlarsi e questo lo confuse e lo indispose, poiché avrebbe avuto bisogno di un aiuto esterno, circostanza che lo ripugnava vieppiù.
Enrichetto dovette travestirsi: in jeans e maglione, con una barba posticcia (più posticcia della sua intendo) e un cappellone a falde larghe prese un taxi fino all’Eur.
Si avviò verso la casa mobile, bussò e, timidamente, entrò. La maga stava trafficando con i tarocchi che poggiava con un certo ordine sul tavolo tondo foderato di raso blu.
“Avvicinati, omino” gli fece senza alzare lo sguardo.
Enrichetto ovviamente si sentì colpito nell’orgoglio, già partendo da una situazione di disagio: “Le più grandi personalità della storia erano normodotate di statura…”
“Sì, va bene, omino” rispose lei annoiata “cosa posso fare per te?”
“Beh vede, signora…” cominciò lui. A sentire quella parola la maga scoppiò in una risata ma Enrichetto, ignorandola, continuò: “…io ho un incubo ricorrente… mia figlia Viola… lei va all’asilo ora, la mando in un istituto francese, le faccio insegnare tre lingue, ha due tate, sta crescendo come una signorina perbene ed educata…ma ecco, nel mio sogno… avrà circa sedici anni ed è truccata pesantemente, vestita da punk, con gli stivali, le calze a rete, la minigonna e tatuaggi e piercing dappertutto… nel sogno ha un fidanzato, un tipaccio di periferia che parla solo in romanesco…”
“Sei preoccupato per la virtù della tua bambolina, omino?” lo interruppe lei.
“Beh… sì, anche” farfugliò imbarazzato lui “ma ecco, vede signora, io possiedo un castello…” si fermò un istante aspettando la reazione di lei, prontamente espressa attraverso un’interessata alzata del sopracciglio destro, poi continuò “e nel mio sogno i due vanno a rubare tutte le suppellettili, i quadri, i tappeti, gli arazzi e poi li rivendono per pochi euro ai mercatini dell’usato!”
Venne scosso da un tremito al solo pensiero di quell’eventualità. Lei si mise all’opera con i tarocchi. Tirò fuori una torre e poi un cavallo “Vedi il cavallo entra dentro la torre…”, poi una donna “…insieme alla donna…” e infine un bastone “… e questo è il palo che va a finire…”
“Mmm, me lo immagino dove va a finire…”
“Esatto omino, proprio lì!”
“Ma cosa posso fare, me lo dica lei, signora”
“Siccome sei tanto gentile e mi chiami signora, voglio aiutarti… ti serve un amuleto che faccia rigare dritta la tua bambina… dovrà portarlo sempre al collo e la sua…” ammiccò “… e la tua virtù saranno salve.”
“Ma quanto mi costerà?” chiese lui, preoccupato.
“Beh, diciamo un paio di arazzi e qualche settimana di villeggiatura nel tuo bel castello, omino!” sentenziò lei.
Lui deglutì, si asciugò il sudore dalla fronte ma alla fine accettò. Quell’orrenda signora che vagava nelle sue stanze lo ripugnava ma, diamine, Viola e il suo tremendo boyfriend andavano fermati!
Quella notte Enrichetto dormì il sonno dei giusti.
February 05 L'alternativo globalizzato - Berlin TagebuchOre 10.55, domenica. L'aereo si muove all'indietro, si sposta velocemente verso la pista di decollo. Guardo fuori dal finestrino, poi lungo il corridoio; nonostante sia sedato mi sto ancora chiedendo cosa ci faccio qui. Avevo una semplice e lineare filosofia a riguardo: gli aerei sono più pesanti dell'aria per cui... cadono. E allora, porca miseria, cosa ci faccio qui?
L'accelerazione del decollo spinge il mio corpo contro il sedile mentre sento una parte di me che viene strappata, si allunga e rimane indietro, con ai piedi scarpe di piombo che la costringono a terra: è la mia paura che mi saluta da Ciampino, per oggi la lascio lì.
Mezz'ora di anticipo e Schönefeld è sotto le nostre gomme, ho l'impressione che il pilota sia andato un po' lungo, questo coso non si ferma, cazzo, questo cazzo di coso non si ferma... però, me lo immaginavo più grande... come? Sorridi, siamo già fermi. Scendo la scaletta con l'impulso di baciare il terreno come Papa Wojtila ma lo trattengo per il freddo e il senso del ridicolo mentre ringrazio mentalmente il Dio dei cieli per aver soggiogato la forza di gravità.
Ore 9.30, lunedì. L'abbondante colazione alla tedesca prevede ricco buffet dolce-salato appropriato anche per il pranzo al sacco. Mentre gusto marmellata e burro nell'ottimo panino, il sottofondo manco tanto sotto propone un insieme di rumori familiarmente similgrunge. Rifletto. Proprio a me che la mattina sono brillante quanto uno zircone appannato dal tempo quel rock incattivito concilia meditabondi momenti di relax: questi sono i particolari che mi riavvicinano a me stesso, quelli in cui mi convinco di non essere un eccentrico alieno e che questa strada un giorno mi porterà dove credo. Ehi, sono riflessioni mattutine, appena sveglio e in un posto dove tutti parlano strano, è normale essere profondi senza capire ciò a cui si sta pensando! Rifletto ancora. Guardo il ragazzo alla reception coi suoi piercing in faccia, il suo berretto nero calato fin sopra agli occhi e le sue basette lunghe fino al collo. La musica l'ha scelta lui, è ovvio. Avrà venticinque anni ed è biondo, che novità. Sembrano gli Alice in Chains (la musica) ma meno cupi. Anche io ascoltavo gli AIC e avevo i capelli lunghi, l'orecchino e le basette al collo. Ero in Italia, a una distanza siderale da un ostello di Berlino Est, ex DDR e sono passati quindici anni. Quel ragazzo è convinto di essere alternativo, si ribella davvero a qualcosa ma ci hanno fregato me e lui: abbiamo ascoltato la stessa musica, vestiti in modo simile e identicamente incazzati con le nostre rispettive differenti società e la globalizzazione ci ha offerto su un piatto d'argento un modello subculturale e fintamente anticonformista a cui aggrapparci. E che cacchio... Devo comprarmi quella maglietta rossa che hanno appesa lì.
Ore 23.00, martedì. L'italiano in vacanza cerca le radici della propria terra per non sentirsi perso. Per fortuna - nonostante sia tremendamente trendy e ricchissima di ristoranti (inspiegabilmente pieni) che propongono improbabili lasagne o dischi di pastasfoglia mit pomodoro, più tutte le assurdità possibili, incautamente denominati pizza - a Berlino non si sente parlare italiano. Circostanza testimoniata anche dal fatto che le edicole non vendono quotidiani italiani: francesi, spagnoli, inglesi, persino russi ma non italiani. Beh in realtà potrebbe pure darsi che gli italiani ci siano ma non leggano i quotidiani (capirai qui costano 2 euro e non c'è nemmeno il Sudoku di Leggo). In ogni caso il sollievo rimane anche se misto all'inquietudine di trovarsi in territorio sconosciuto. E allora via al giochino dei paragoni. Il quartiere di Kreuzberg è come il Pigneto o San Lorenzo, i turchi sono simili (macché, identici) ai calabresi, Hackescher Markt per i suoi locali sembra Testaccio e i cinesi... vabbè quelli so uguali dappertutto.
Ore 4.00, mercoledì. Spiegatemi cosa ci venite a fare. Ditemi a che serve venire in un Paese straniero e portarvi le abitudini di casa vostra. Rimanete lì no? Cosa mangiate a sera tarda, uscite a fare a mezzanotte per tornare alle quattro di mattina e mettervi a urlare come il branco di scimmie maleodoranti che siete e poi dormire fino a mattina inoltrata. Imbecilli. No, scimmie! Il mio amico belga Julien li chiama “la sottorazza”. Pensavo sbagliasse ma mi ha dimostrato come sia molto più ferrato di me nella conoscenza dei popoli. Ore 11.00, mercoledì. E' inimmaginabile il freddo che fa: -3 a quest'ora. Le mani si gelano nell'operazione che sto compiendo ma non posso esimermi. A Roma succederebbe il finimondo: orde di persone in fila, litigi e incazzature perché qualcuno farebbe il furbo, salterebbe la fila o ci metterebbe troppo tempo. I berlinesi invece snobbano ciò che in Italia sarebbe un miraggio di efficienza e fruibilità. In mezzo alla strada postazioni internet su cui navigare gratuitamente per dieci minuti o mandare sms (sempre gratis) o avere informazioni sugli eventi in città. A volte esagerano, è vero. Vai da una parte all'altra della città in un quarto d'ora con metropolitane funzionali, pulite, mai piene e puntualissime ma poi arrivi alla Staatsbibliothek, la nostra Biblioteca Nazionale (e dagli coi paragoni), e per la loro chiusura ti fanno sembrare quella nostra fannullona all'entrata che ti dà la chiave dell'armadietto (dai, quella che sta sempre con le cuffiette, non sorride mai e nemmeno ti saluta... se siete stati alla BNC prima o poi l'avete incontrata e magari come me avete pensato di dirle: “Senti ma se ti rode così tanto perché non ti trovi un altro lavoro e lasci questo a chi vuole farlo sul serio?”) un mostro di simpatia.
A parte sganciare dieci euro per l'abbonamento in biblioteca (ve lo immaginate in Italia se si pagasse l'ingresso alle biblioteche? Sarebbero più vuote del cervello di un tronista di Uomini e Donne) non hanno l'elasticità mentale per capire che anche se solitamente non fanno visionare i testi o fare qualche fotocopia per chi è venuto apposta da Roma potrebbero fare uno strappo.
Ore 20.00, giovedì. Nonostante l'ottusità di un'addetta al controllo che cercava di turbare la mia tranquillità pre-decollo con un'inutile rigidità sulle dimensioni dei bagagli, durante il volo di ritorno ostento sicurezza tale da alzarmi addirittura per andare a esplorare il bagno. C'è pure la tavoletta per cambiare i pannolini, uau. Roma Ciampino: il silenzio della metropoli tedesca è solo un bel ricordo. Lì non si urla, le macchine non strombazzano, non c'è traffico, parcheggi dappertutto. Qui sull'Appia c'è il solito delirio di trogloditi maleducati. E allora. Berlino-Roma in aereo, quasi due ore. Ciampino-Casalbertone, pulmann+metropolitana+autobus, due ore e un quarto. Bentornati in Italia.
January 23 Le avventure di Enrichetto - "All'università"Quel mercoledì Enrichetto smise a malincuore una delle sue attività preferite.
Nel suo studio all'angolo della società di comunicazione e marketing strategico più inutile e finta della capitale, stava chiudendo a chiave l'armadio che conteneva i suoi più preziosi segreti: fra essi, un enorme salvadanaio a forma di porcello con annessa combinazione dal quale, quando si sentiva giù, tirava fuori le monete; cominciava a contarle sparpagliandole in terra, accucciandosi come quando da bambino giocava coi trenini. L'alone di mistero che circondava quella porta minacciosamente chiusa, facendo arrovellare i suoi sudditi-sottoposti sulle inaccessibili e tremende operazioni che dovevano svolgervisi ad altro non si riduceva che a una conta di spicci.
A dir la verità prima dell'euro Enrichetto si divertiva molto di più a contare i franchi francesi... Ah! Quando ci pensava una nostalgia canaglia si impossessava di lui e riusciva quasi a farlo intenerire. Quasi. Amati franchi...
Il suono dell'interfono l'aveva bruscamente riportato alla realtà. “Professore, si ricordi che oggi ha ricevimento studenti” aveva gracchiato con la sua voce da gessetto sulla lavagna la fida Vanna Derescòpa.
“Che palle!” pensò Enrichetto mentre si riallacciava i pantaloni “Non c'è nemmeno un tonto da mandare al mio posto. Mi toccherà perdere preziosissimo tempo a sentire le fesserie di quegli invertebrati e decerebrati sedicenti universitari”.
Raggiunse la sua olezzosa compagna di vita nell'altra stanza, guardò con sufficienza le sue due socie racchie, impostò il vocione e sentenziò: “Vado a ricevimento, quando torno voglio vedere i time log degli insulsi scarafaggi che lavorano qui. Tutti.”
Il “time log”, secondo i pomposi inglesismi che sono un “must” nella società di consulenza al passo coi tempi, è il resoconto che i sudditi-lavoratori devono produrre per giustificare (o almeno tentare, data la loro evidente inutilità) la loro presenza nell'azienda e sul pianeta. Solitamente, dove si usa, è mensile. Nel delirio misto di protagonismo, grandezza e paranoia in cui era calata la vita di Re Enrichetto invece, la paura che i sudditi potessero attentare alla sua virtude (i soldi), lo aveva indotto ad imporre un time log giornaliero, nel quale i luridi precariacci attaccati come sanguisughe al suo conto in banca dovevano dimostrare la loro efficienza ora per ora, perdendo naturalmente molto tempo nella stesura dettagliata del resoconto.
Enrichetto arrivò in facoltà di malumore e ovviamente in ritardo. Si trovò davanti la solita folla di scansafatiche arrivati da ogni dove per rompergli l'anima con quesiti idioti. Entrò, dopo un saluto di circostanza, si richiuse la porta alle spalle e lasciò i poveri studenti ancora altro tempo ad aspettare lì fuori. “Cosa starà facendo?” si chiedevano mentalmente gli ignari. Suspence, ovvero nulla: li faceva attendere così da alimentare la sua fama di inflessibile bastardo.
Finalmente socchiuse la porta, segnale che indicava l'inizio del suo personale supplizio.
Nell'ora successiva tentò di non pensare alle scempiaggini propinategli da quegli ignoranti, concentrandosi sugli arazzi del suo castello, finché non apparve l'ultima persona in fila per quel giorno: era una ragazza stupenda, i grandi occhi verdi dal taglio orientale che brillavano come diamanti sulla carnagione scura e le labbra carnose; i lunghi capelli neri, mossi, le scendevano sulle spalle nascondendo i prosperosi seni che una maglietta a V stentava a contenere; i suoi fianchi sinuosi fasciati in jeans troppo stretti lasciavano poco all'immaginazione...
Enrichetto rimase a bocca aperta... era bellissima! Così splendente, odorava ancora di nuovo e doveva costare una fortuna. Luis Vuitton, probabilmente...
Eh sì, Enrichetto non aveva degnato di uno sguardo la ragazza ma si era follemente innamorato della borsa che lei usava per i libri: lo stile anni sessanta, la pelle color dell'ebano lavorata, il cerchio di metallo che fungeva da manico... oh, quel cerchio di metallo! Stava provando una venerazione infinita per quella creatura così perfetta il cui effluvio era inconfondibile... era l'odore del soldo... francese... ah, i franchi! Una potente erezione stava facendosi strada incontrollata e ormai lui non poteva più resistere, doveva averla!
Si rivolse alla ragazza che stava intanto cianciando di non so quale tesi, le chiese (con studiata nonchalance) di mostrargli uno dei libri contenuti “in quella borsa che ha lì vicino a lei”; poi, dopo una sommaria quanto fittizia lettura, ordinò alla ragazza di andare a fotocopiare il capitolo tot sull'argomento taldeitali. La ragazza lo guardò perplessa ma obbedì e stava per portarsi via anche la sua borsa quando Enrichetto, un po' troppo precipitosamente a dire il vero, glielo impedì: “La lasci pure lì, chi vuole che gliela rubi!”
Quando fu solo con la borsa Enrichetto scatenò tutta la sua lascivia e infierì più volte sul povero cerchio di metallo. Quando la ragazza tornò, trovò il professore un po' più scarmigliato ma molto più soddisfatto, tanto che accettò di buon grado di fare il relatore della sua tesi. Felice, la ragazza abbandonò lo studio di Enrichetto portandosi via la sua borsa di pelle d'ebano che però, da quel giorno, non fu più la stessa.
Sithome 4Cos'è Sithome? Lo spiega la mia amica Emanuela:
“Sithome è una sitcome nata on web da un'idea di un gruppo di attori-amici a cui collaboro come montatrice da questa terza puntata. si basa su un concorso: gli spettatori scrivono il soggetto, il migliore viene sceneggiato e messo in scena ogni una/due settimane. Se ti vuoi improvvisare autore puoi inviare un'idea. dai un'occhiata al sito se ti interessa www.sithome.it potrebbe essere divertente :)) e se non vuoi scrivere guardaci!!”
Ho scritto un soggetto per la puntata 4 che aveva come oggetto “Ricordando Mariano”.
Non l'ho inviato ma lo trovate qui di seguito, insieme al soggetto vincitore della puntata:
Nonna Danny.
Scritto da blando (non inviato).
Daniela torna da uno spettacolo teatrale di ambientazione vittoriana molto entusiasta e si mette a raccontare agli altri tre inquilini lo spettacolo.
Poi decide di andare a fare la doccia ma scivola, cade e batte la testa violentemente; quando si riprende è convinta di essere la matrona inglese dello spettacolo che ha appena visto e che i tre inquilini siano i suoi nipoti.
Allarmati dal suo comportamento inconsueto i tre chiamano il medico (Roberto) che dice loro che è una cosa temporanea ma non si può fare niente bisogna solo aspettare che passi e soprattutto non toccare la testa perché potrebbero esserci conseguenze serie, anche la morte: “Quanto ci vorrà per guarire?” domandano; “chi può dirlo” risponde il medico “un giorno, una settimana, un anno chi lo sa...”
Il problema è che la nonna Daniela - che parla con spiccato accento inglese tipo Lady Rowena, la moglie di Sir Cedric di Grisù il draghetto - è dispotica, li tratta come bambini, li rimprovera ma soprattutto li costringe ad ascoltare (come molti anziani) le sue storie di gioventù: i ricordi della guerra e della sua prima cotta, “Mariano, il mio amore italiano”... tutti ricordi non suoi però, ma creati dalla mente confusa di Daniela.
Esasperati dalla sua tirannia i tre decidono di fare qualcosa; proveranno a farla tornare in sé con una terapia d'urto: una padellata in testa a tradimento! Si fanno però un sacco di scrupoli per via della pericolosità di cui ha parlato il medico ma all'ennesima pazzia di nonna Daniela - che insegue urlando per tutta la casa Tiziano reo di aver fatto cadere un po' di farina intenzionata a sculacciarlo (“la farina è un dono del Signore, non si spreca in questo modo!) – si decidono.
Dopo molte esitazioni, mentre gli altri due si sorbiscono una sua predica, Andrea le tira una padellata in testa, lei cade al suolo, loro vanno nel panico pensando di averla ammazzata, litigano per chi debba toccarla per primo, poi Elisa prende coraggio e si avvicina: “Respira” dice e tirano un sospiro di sollievo. Dopo un attimo Daniela apre gli occhi, tutti la guardano col fiato sospeso ma lei si alza e, a parte il mal di testa che non riesce a spiegarsi, comincia a parlare normalmente come se niente fosse, mentre i tre si scambiano uno sguardo complice e si congratulano per l'ottima riuscita del piano.
La puntata finisce con Daniela che è particolarmente rompiscatole sulla gestione della casa e i tre che si guardano e danno un'occhiata alla padella appoggiata sulla cucina mentre uno dice: “mi sa che era meglio nonna Danny”
VINCITORE PUNTATA 4
Scritto da Francesca Angelica Orsini
Tiziano ed Daniela entrano in casa e trovano una scatola sul divano....Tiz chiede a Daniela cosa sia e lei gli dice che è passata sua madre e ha detto di consegnargliela...è una scatola dei ricordi di Tiziano....inizia a tirare fuori delle cose...tipo...boh...delle foto....un pacchetto vuoto di sigarette (le prime sigarette .... :D), una sciarpa della Roma...(qualche cavolata che fa ride, che ha in comune anche con gli altri amici) e poi tira fuori Mariano.....un orsetto senza un occhio!! Allora Tiziano inizia a raccontare agli amici dell'orsetto, di come lo aveva avuto etc...ed Eli poi chiede come mai gli mancasse un occhio.....a quel punto la tragedia....tiziano le racconta che all'asilo aveva una fidanzatina di nome Alice....ma questa aveva un cugino... grosso e grasso che faceva paura a tiziano...che un giorno dopo averlo minacciato, geloso della sua cuginetta, strappò un occhio al povero orsacchiotto che tiz portava sempre con sé...a quel punto Daniela si ricorda che all'asilo stava con un ragazzino riccio e brutto :P che portava sempre con sé un orsacchiotto uguale a quello........i due si rendono conto.....la stessa età.....la stessa scuola....e Tiziano come al solito si era sbagliato col nome.......tra loro nasce un certo feeling...che li riporta ai vecchi tempi....a quando andavano sulle giostre insieme...quando tiziano rubava le merendine alle altre per darle a lei....(insomma l'atmosfera è quella)....ma poi...."ma allora quel tuo cugino grosso e grasso...."
entra Andrea "ciao ragazzi cosa fate??!" January 20 Enrichetto“Dai Enrichetto, alzati! Devi andare al lavoro!” disse lei con tutto l'amore di cui era capace.
Lui si rigirò nel letto “Sì mamma!”
“Non sono tua madre!” rispose lei risentita.
“Uhm, sì che lo sei... mi fai succhiare la tettarella?”
“Sei il solito porco!” disse simulando indignazione “Sbrigati che oggi abbiamo la presentazione all'Abi”.
Saltò dal letto con un balzo a piè pari al solo pensiero di un probabile nuovo affare e fece finta di non vedere che esso era alto quasi quanto lui: “La prossima volta compro un fouton!” pensò. Si vestì in un baleno grazie allo stratagemma stile Dylan Dog che utilizzava da anni; aveva infatti solo due modi di abbigliarsi: giacca e pantalone grigio, cravatta scura, camicia bianca e scarpe stringate oppure jeans, golfino e Timberland supercarrozzate ma – ahilui - insufficienti per colmare il divario con il resto del mondo.
“Posso prendere la jeep?” urlò dal bagno mentre rimirava la sua curatissima barba sale e pepe facendo smorfie nello specchio per provare il suo famoso sorriso posticcio, denti bianchissimi e espressione ammaliante. Controllò le rughe ai lati degli occhi, piccoli e marroni.
“E' un fuoristrada, Enrichetto” puntualizzò lei “D'accordo che hai studiato e insegnato negli Stati Uniti ma non americanizzare tutto!”
“Posso chiamarlo almeno SUV? Pare più imponente così” chiese speranzoso.
“No, e non puoi nemmeno prenderlo... oggi serve a me!”
Enrichetto uscì dal bagno col broncio e si preparò per uscire. Lei si impetosì.
“Dai vieni qua sciocchino, ti faccio fare quella cosa che adori!”
Lui riprese immediatamente vigore: “L'ascella?” chiese col respiro corto per l'eccitazione.
“Uh Uh” disse lei con la sua voce suadente e alzò il braccio destro all'altezza della spalla.
Enrichetto cominciò a girare in tondo impazzito - e se avesse avuto la coda avrebbe sicuramente scodinzolato – poi si buttò a capofitto sotto l'ascella di lei e godette quanto più possibile di quel suo elettrizzante effluvio.
Consumato l'amplesso Enrichetto si avviò verso il cuore del suo impero finanziario, i due appartamenti trasformati in ufficio dove la sua megalomania e la sua autarchia erano libere di esprimersi al meglio e dove, dal suo studio all'angolo dirigeva con pugno di ferro, sorriso di velluto e voce impostata la schiera di sudditi al suo servizio.
L'organizzazione aziendale, all'esterno propagandata come grossa società di consulenza e marketing strategico e all'interno retta con rigida idiozia, era il suo vanto e la sua gioia: lui guadagnava milioni di euro e i sottoposti di nome e di fatto alle angherie di Re Enrichetto venivano sfruttati indegnamente.
Entrò che l'ufficio era ancora vuoto, gli piaceva osservare il suo regno senza quegli inutili e chiassosi perdigiorno. L'impiegato weberiano Enrichetto lo considerava volgare e meschino e tra quelli lì ce n'erano eccome.
“Purtroppo bisogna accontentarsi” pensava mentre faceva il giro delle stanze per controllare cosa avessero prodotto quegli inutili Umpa lumpa “ex studentelli neolaureati che si atteggiano a consulenti di comunicazione ma per ben 800 euro al mese molti di loro non mi fanno guadagnare che poche migliaia di euro... sessanta, cento... inutili scansafatiche... sanguisughe!”
L'impeto di rabbia si placò solo quando tastò con la mano il suo portafogli, turgido e voluminoso, tant'è che ebbe un'erezione seduta stante e dovette correre a rifugiarsi nella sua stanza sentendo sbattere la porta di ingresso.
Era Vanna Derescòpa, la sua fida segretaria tuttofare che non era affatto russa come si potrebbe immaginare: l'appellativo, infatti, le derivava dalla postura insolitamente eretta che faceva presupporre l'occultamento di un manico di scopa in qualche parte del suo corpo il cui nome comincia per “Dere...”
Si sedette alla sua scrivania affollata di libri e carte che non aveva mai letto ma che teneva lì per dare l'idea di essere un intellettuale impegnato ed esercitò l'impostazione della voce in lingua francese. “Quanto sei macho!” si diceva mentre faceva finta di rispondere al telefono “Halò... Oui, je suis Enrichettò”. Si compiacque qualche altro minuto e controllò i pantaloni... il rigonfiamento era sparito ma doveva stare attento a non sfiorare il portafogli in pubblico onde evitare spiacevoli sorprese. Bisognava ricordarsene. Cliccò sull'interfono: “Sì professore?” fece la Derescòpa.
“Vanna, mi ricordi che non devo toccare il portafogli in presenza di altre persone” disse con una voce che a Vittorio Gassmann in teatro faceva un baffo.
“Va bene professore” rispose la Derescòpa senza interrogarsi sul perché di quella balzana richiesta; aveva smesso di farsi domande quando si era resa conto di non poter arrivare alle risposte: da quel momento si era concentrata anima e corpo sull'esecuzione degli ordini. Enrichetto era entusiasta di questa sua abilità nel non usare il cervello mai (ma proprio mai!) e la adorava per questo.
Ora però era tempo di muoversi, oggi era una giornata speciale, nella quale il suo potere sarebbe stato sprigionato in toto. Stava per eccitarsi di nuovo ma - cribbio! - era un professionista... e i professionisti sanno controllare le proprie reazioni!
Suonò nuovamente l'interfono “Sì professore?” “Vanna mi chiami blando...”
Le parole pronunciate quel giorno nello studio all'angolo di Enrichetto sono avvolte nel mistero e nella leggenda. Si dice che volarono insulti, minacce e promesse non mantenute. Quando blando uscì per sempre dall'ufficio di Enrichetto, quella stessa mattina, lui abbandonò per un attimo il suo formidabile savoir faire e sbatté la porta alle spalle dell'altro che rispose facendo tremare il portone d'ingresso con un colpo altrettanto violento.
“Plebeo” pensò Enrichetto.
Fece due smorfie con la bocca per recuperare compostezza e sorriso e si infilò nel suo studio.
Dicono che si masturbò per ore.
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